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Vi siete mai chiesti cosa significhi affermare che il pensiero influisce sul comportamento? Da un punto di vista concreto, in che modo le nostre esperienze determinano i nostri comportamenti futuri?

 

Come spiegato nell’articolo precedente sul linguaggio di precisione, Paul Watzlawick faceva riferimento a due tipi di realtà, una delle quali è assolutamente soggettiva, data dal risultato delle nostre opinioni sul mondo. Ma come si formano le nostre opinioni sul mondo? Quali sono le dinamiche che determinano ciò che pensiamo di noi stessi e degli altri?

 

Partiamo da un principio generale che accomuna diverse discipline: raggiungere il massimo risultato col minimo sforzo. Ebbene sì, anche la nostra mente segue questo principio, e uno dei processi che segue per ottenerlo si chiama generalizzazione: consiste, appunto, nel generalizzare a un’intera categoria opinioni, valutazioni e giudizi che abbiamo attribuito a qualcuno o a qualcosa in seguito ad un evento, proprio come avviene per gli stereotipi (il classico più diffuso negli studi di psicologia riguarda il fatto che “I meridionali siano calorosi e i settentrionali siano freddi”).

Se, ad esempio, abbiamo trascorso una serata in un locale in cui ci ha servito un cameriere poco cortese, molto probabilmente in noi si formerà la convinzione che “in quel locale i dipendenti sono scortesi con i clienti” … e molto probabilmente non ci torneremo più. Abbiamo, dunque, generalizzato a tutta la categoria, in questo caso a tutto il locale, l’opinione relativa a una sola persona con cui ci siamo rapportati.

 

Pensiamo adesso a quegli eventi più intensi, specialmente se negativi, vissuti nell’infanzia o nell’adolescenza con una persona specifica. Solitamente le persone principali con cui trascorriamo la maggior parte del tempo (o, ahimè, la minor parte del tempo, a volte) sono proprio i genitori. Un rapporto conflittuale o un evento tensionale specifico vissuto con la propria madre, ad esempio, può fungere da “imprinting” cioè da evento-riferimento che genera una convinzione su di lei che verrà poi generalizzata a tutto il genere femminile, come ad es. “Le donne sono cattive, fanno soffrire”.

  

ECCO NATA UNA CONVINZIONE.

 

In questo caso si tratta di una convinzione limitante, proprio perché ci limita in qualcosa, in questo caso nel rapportarci con le persone del genere femminile … ma, per quanto una convinzione limitante possa preservarci da un dolore e o da una delusione (funzione principale delle convinzioni limitanti), ci impedisce anche di godere dei vantaggi che, in questo caso, una relazione con una donna può avere.

 

COSA SI FA, QUINDI, QUANDO CI SI RITROVA DI FRONTE A GENERALIZZAZIONI DI QUESTO TIPO E SI DECIDE DI CAMBIARLE?

Se il nostro interlocutore ha appena notato una donna e afferma una convinzione come quella in oggetto, possiamo porgli una domanda specifica, ovvero “Come fai a sapere che quella donna sia cattiva e faccia soffrire?”. Nella maggior parte dei casi la risposta sarà qualcosa del tipo “Perché sono tutte così” … e, a questo punto, si potrebbe chiudere la conversazione sull’argomento con una nuova domanda: “Quindi mi stai dicendo che hai conosciuto tutte, ma proprio tutte le donne che esistono sulla faccia della terra?”. L’interlocutore, solitamente, di fronte a questa domanda manifesta due tipi di reazioni: affermare Ma no, ma che vuol dire?!”, oppure non risponde per pensarci in un secondo momento … e sapete perché? Perché con quella domanda gli abbiamo insinuato un dubbio. 

 

Se siamo riusciti a far questo, siamo (anzi, l’altra persona è) già a metà dell’opera. 

 

Ma rivolgiamo l’attenzione anche alle convinzioni che si definiscono potenzianti, nate anche loro da un imprinting ma di tipo emozionale, positivo. Se da bambini siamo stati abili in disegno e le persone intorno a noi (insegnanti, amici, genitori) hanno sempre rinforzato questa nostra abilità (“Ma che bel disegno!" "Come sei bravo!”), quasi sicuramente cresceremo con l’idea/convinzione di essere bravi in disegno e, questa convinzione, poi, ci motiverà a disegnare più spesso. Certo, questo non vuol dire che diventeremo necessariamente bravi come degli artisti, ma sapere di essere bravi ci metterà nelle condizioni di allenarci di più qualora volessimo farlo.

Al contrario, se non lo siamo mai stati e le persone intorno hanno “denigrato” le nostre creazioni (“Quest’animale è un po’ brutto, disegnalo meglio!”, “Non si capisce nulla da questo disegno!”), sicuramente cresceremo con la convinzione (limitante) di non essere bravi in disegno, a tal punto da non prendere quasi più una matita in mano se non in casi strettamente necessari, come ad es. a scuola. 

 

Applichiamo ora queste dinamiche alle nostre azioni quotidiane e chiediamoci in quante cose crediamo di non essere capaci: “Non sono bravo a cucinare, non sono bravo a gestire i clienti, non sono bravo a guidare, ecc.”. Ebbene sì, essere convinti di non essere bravi in qualcosa ci mette nelle condizioni di non impegnarci a migliorare perché tanto non ci riusciremo! Ecco quanto potere hanno i nostri pensieri! Ecco perché modificarli è il primo passo per cambiare ed è importante per raggiungere più facilmente i nostri obiettivi.

 

ECCO UN ALTRO TIPO DI LAVORO IN CUI LO PSICOLOGO FUNGE DA SUPPORTO.  

 

 

Tag: Psicologo Bari, Psicologa Bari, Convinzioni Limitanti, Pensieri, Comportamento, Mente